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Softair, il "gioco di guerra" che fa impazzire gli italiani

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Softair, il "gioco di guerra" che fa impazzire gli italiani

Messaggio Da Atropo il Lun Ott 05, 2015 9:52 pm

Softair, il "gioco di guerra" che fa impazzire gli italiani

http://www.today.it/cronaca/softair-cos-e.html

L'inchiesta di Repubblica sulla “nobile arte del pallino a 6 millimetri” mette insieme un quantitativo di inesattezze e approssimazioni che hanno suscitato non poco sconcerto nei giocatori: ecco perché
Gabriele Casagrande 12 febbraio 2014

Incontrarsi la domenica mattina nel parcheggio, indossare gli anfibi, organizzare la giocata, camminare sui sentieri in mezzo ai boschi, condividere la fatica in gruppo, coordinare i movimenti di squadra, attaccare (o difendere), fare i complimenti all'avversario e trovarsi a fine partita a gustare qualche fetta di salame o, magari, bere un bicchiere di lambrusco. Un toccasana per l'anima dopo una settimana passata davanti al computer tra furti, rapine, truffe, scandali politici e tutto ciò che può riservare il magico mondo della cronaca locale. Questo toccasana per l'anima di un piccolo manovale dell'informazione come il sottoscritto è noto con il nome di softair, una disciplina basata sulla simulazione di tattiche militari. Non basta questa definizione asettica di stampo wikipediano per descrivere una pratica che, in realtà, è molto di più.

La prima volta che sono entrato nei locali del mio club attuale (I Predatori Modena), sono stato accolto dal segretario: “Il softair è basato essenzialmente su un principio: l'onestà”, mi disse. Onestà perché il significato stesso della disciplina si fonda sul principio dell'auto-dichiarazione: quando un operatore viene colpito da un pallino, alza la mano gridando “Colpito!” o una qualsiasi altra espressione che permetta a tutti gli elementi in campo di comprendere l'avvenuta eliminazione dal gioco. All'onestà aggiungo anche l'affine “rispetto”: rispetto delle norme di sicurezza per garantire l'incolumità propria utilizzando le protezioni del caso e l'incolumità altrui evitando comportamenti pericolosi come sparare pallini da distanza ravvicinata mirando al viso, rispetto dell'ambiente utilizzando pallini biodegradabili ed evitando di abbandonare rifiuti, rispetto del corretto vivere civile evitando condotte che possano recare disturbo alla comunità come organizzare giocate non autorizzate.

Tutta questa spiegazione, però, non basta per spiegare una disciplina come il softair: quella che io definisco come la “nobile arte del pallino a 6 millimetri” (il diametro dei proiettili utilizzati) non si può spiegare perché presenta un'incredibile infinità di sfaccettature: ogni giocatore ha il suo modo di intendere la disciplina, ogni softgunner ha la sua filosofia, un modo tutto personale di intendere il gioco che, alla fine, va a collocarsi nell'alveo dell'onestà e del rispetto sopracitati. Per tale ragione il softair non si può spiegare (a raccontarlo ci pensano le riviste di settore), ma si può solamente vivere: è questo che mi sento di dire agli autori di “Giochi di guerra”, inchiesta targata Repubblica realizzata per la parte immagini da Luca Faccilongo e per i testi da Luca Monaco.

Il testo, che si proponeva di analizzare il variegato mondo del softair con escursioni sul reenactment e sul giro d'affari che gravita attorno a club e appassionati, alla fine ha messo insieme un quantitativo di inesattezze e di approssimazioni che hanno suscitato non poco sconcerto nei giocatori che hanno espresso il loro vibrante disappunto direttamente sulla pagina ufficiale di Repubblica su Facebook. Andando oltre il sentore di snobismo che si percepisce nel leggere l'articolo, suscitano sconcerto i numeri riportati: basandosi sulle dichiarazioni (forse non verificate) di un commerciante del settore, viene stimato un fatturato medio di addirittura 300mila euro annui per i negozi specializzati nel softair, dato assimilabile forse a realtà importanti con una storia alle spalle, non certo a piccoli esercizi che devono fare fronte alla concorrenza dei negozi on-line sammarinesi. Ma non è finita qui: viene enunciata inoltre la presenza di più di 2mila esercizi commerciali specializzati (sic!). Per capire come questa sia una cifra campata in aria, basta rendersi conto di come questo numero voglia significare mediamente una ventina di negozi di softair in ognuna delle 109 province italiane, cosa che ovviamente non esiste nel mondo reale. Numeri fantasiosi vengono puntualmente riproposti quando si tratta di descrivere il numero di praticanti: l'attacco dell'articolo parla, senza citare fonti, di 70mila “soldati della domenica” che, tradotto concretamente ancora una volta, vorrebbe dire avere ogni fine settimana in ogni singola provincia italiana ben oltre 600 giocatori di softair impegnati in qualche giocata! Le stime spannometriche continuano in materia ambientale quando si parla di pallini: sempre basandosi sui famosi 70mila softgunner sopracitati, ognuno di questi, sempre secondo un'altra media basata su un semplicistico “si calcola” fondato su un kg di pallini sparati a priori da ogni giocatore italiano si arriverebbe a oltre 70 tonnellate di “materiale inquinante” deposto ogni fine settimana sul suolo italiano, quando, in realtà, non solo è impossibile fare un calcolo del genere dotato di un minimo di valenza statistica, ma non viene neanche citato il fatto che i pallini biodegradabili (rintracciabili a 8 euro al kg) hanno ormai soppiantato i vecchi pallini di plastica utilizzati dai pionieri della disciplina.

Andando oltre questi dati privi di qualsivoglia fondamento, risulta stucchevole l'opinione espressa dall'immancabile psicologa che, dal pozzo dell'ovvietà, pesca l'evergreen dello “scollegarsi dalla realtà”, etichetta assimilabile a qualsiasi attività di stampo ludico o sportivo, dalla briscola al ciclismo, dagli scacchi al podismo. Il colpo del ko viene inflitto con il paragrafo dal titolo pacato e rassicurante: “Se le armi sono un pericolo”, quando i softgunner non usano armi, ma repliche giocattolo meglio note con l'acronimo di asg (air soft gun) con un potenziale offensivo decisamente inferiore, meno di un joule contro gli oltre 7,5 joule di energia cinetica di soglia oltre cui sussiste l'obbligo di denuncia. Il riferimento del titolo è dovuto ai purtroppo numerosi episodi di cronaca in cui le repliche in libera vendita vengono utilizzate per commettere reati quali rapine, aggressioni o per “svaghi” disdicevoli come sparare alle prostitute da un'auto in marcia. A sostegno di un messaggio per certi versi finalizzato a introdurre misure più restrittive per la circolazione delle asg, viene proposta l'intervista a uno studente vittima di un infortunio all'occhio sinistro a causa del fratello di 8 anni che, non si sa come, si sarebbe procurato in casa una pistola a pallini acquistata in una non meglio precisata bancarella per sparare alcuni colpi. L'intervistatore non chiede dove fosse stata riposta la replica, ma domanda se il negoziante avesse fornito istruzioni sul corretto utilizzo e se il giovane ferito all'occhio ritenesse opportuna l'introduzione di norme più pressanti (domanda che riceve risposta negativa).

Purtroppo, si cerca di fare passare tra le righe che la colpa di tali episodi sia del fucile, non di chi lo impugna: nel caso del ragazzo ferito, la responsabilità è di chi ha lasciato che una pistola fosse facilmente alla portata di un bambino ignaro di cosa stesse facendo, non di chi vende. Se utilizzate correttamente, le repliche da softair sono in grado di fare passare momenti unici e ciò è possibile grazie a una corretta opera di informazione-formazione di giocatori e appassionati da parte di club e federazioni (non esiste solo la Asnwg, unica realtà citata nell'articolo). Tutto questo però è fattibile solamente con il contributo di mezzi di comunicazione che affrontano l'argomento in maniera responsabile, spiegando anche come la pratica del softair possa avere riflessi positivi per l'ambiente nella lotta all'abbandono di rifiuti e ai benefici per l'economia di territori spesso difficili: basti pensare a quale ritorno possano avere in montagna le strutture ricettive in occasione di grandi tornei da centinaia di giocatori.

In conclusione, agli autori di questa “inchiesta” che definiscono il reenactment “figlio del softair” quando storicamente nasce molto prima, rivolgo un unico invito: prima di provare a spiegare la “nobile arte del pallino a 6 millimetri”, venite a viverla sul campo. Caso mai passaste da Modena, vi invito a indossare un paio di anfibi e una tuta pesante di colore scuro (l'importante è che non dia nell'occhio nei boschi) per venire a giocare con i Predatori. Non preoccupatevi: replica e occhiali balistici, per la prima giocata, ce li mettiamo noi.

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